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La DIFFUSIONE del CALCESTRUZZO ai primi del ‘900: STUDI PER LA CONSERVAZIONE

Patrizia Dellavedova

Concrete2014 - Progetto e Tecnologia per il Costruito
Tra XX e XXI secolo

LA DIFFUSIONE E LE APPLICAZIONI DEL CALCESTRUZZO AI PRIMI DEL ‘900 NEI CENTRI DI PROVINCIA:
STUDI PER LA CONSERVAZIONE - IL CASO DI LEGNANO (MI)

Patrizia Dellavedova
Politecnico di Milano, Milano – Comune di Legnano, Legnano, Italia
e-mail: patrizia.dellavedova@mail.polimi.it

1 Introduzione

La diffusione del calcestruzzo a partire dal XIX secoloi ha dato vita alle più svariate applicazioni e sperimentazioni, con un uso progressivamente generalizzato su larga scala tale da caratterizzare fortemente le architetture delle nostre città, ma che spesso è considerato non pregiato e facilmente sostituibile.

Partendo da queste premesse il saggio è finalizzato ad analizzare la diffusione e le applicazioni del calcestruzzo all’inizio del XX secolo in un centro di provincia - Legnano - al fine di comprendere quanto è stato prodotto non solo nelle grandi città, al fine di agevolarne il riconoscimento del valore storico, materiale e tecnologico, creando al contempo uno strumento di conoscenza che possa indirizzare correttamente gli interventi trasformativi su di esso. Senza la pretesa di essere esaustivi si vuole far comprendere come, partendo dal costruito e dal progettato, sia possibile ricostruire una “micro-storia” dei materiali e delle tecniche, attraverso la documentazione emersa, anche in funzione dei progettisti, delle imprese esecutrici e del cantiere, utile a “far risaltare, proprio dalle realizzazioni meno appariscenti ed ordinarie, alcuni tratti significativi della realtà quotidiana di questo tipo di edilizia”ii, comprendendo l’importanza di quanto esiste o non esiste più, in funzione di una miglior tutela e conservazione.

2 Il caso di Legnano

Il caso analizzato è quello della città di Legnano, sita a nord-ovest di Milano. Essa, da borgo agricolo specializzato nella produzione di farina ed adagiato sul Fiume Olona e sull'asse del Sempione, fu caratterizzata, a partire dalla fine dell'800, da un improvviso sviluppo industriale nel settore tessile e meccanico, che ne modificò profondamente il volto, trasformando i mulini in opifici industriali ed installando le fabbriche all’interno del tessuto storico. Questi cambiamenti economici portarono ad un’improvvisa espansione urbanistica ed edilizia, grazie all’intervento delle grandi aziende che qui trovavano sede, gestite da industriali locali o milanesi, i quali, spinti da una continua volontà di innovazione e progresso in tutti gli ambiti, chiamarono progettisti ed imprese esecutrici milanesi di un certo rilievo, che importarono precocemente le nuove tecniche ed i nuovi materiali, tra cui il calcestruzzo, armato e non. Da qui partì uno sviluppo caratterizzato, fino al secondo dopoguerra, dall’uso di un binomio di tecniche e materiali tradizionali ed innovativi e dove il cls ebbe un ruolo da protagonista.

2.1 L’avvento del calcestruzzo armato

La storia del calcestruzzo armato - o meglio conglomerato cementizio armato - che ha rivoluzionato l’arte del costruire a partire dalla metà del XIX secolo, è stata già ampiamente raccontata come storia di un progresso tecnico-scientifico caratterizzato da varie fasi, a partire dai precursori, che ne intuirono le qualità e le caratteristiche sfruttandole in modo empirico, per arrivare alle prime realizzazioni, a cavallo del ‘900, ed ai successivi sviluppi, anche grazie all’evoluzione delle teorie e dei modelli di calcoloiii. All’interno di questa storia Legnano si inserisce precocemente, coerentemente con quanto accade nel capoluogo milanese, da cui essa fu sempre profondamente influenzata, non solo per la vicinanza, ma anche per il reciproco scambio di progettisti ed imprese.

All’inizio del ‘900 e fino al primo dopoguerra, infatti, la produzione di strutture in cemento era appannaggio di poche imprese specializzate, spesso dotate di un proprio ufficio di progettazione, che, attraverso una serie di brevetti, poterono avvalersi del diritto di commercializzazione del c.a.iv, ma, a differenza di quanto avveniva a Torino o Genova, appannaggio quasi monopolistico del sistema Hennebique grazie alla ben nota Porcheddu, a Milano la situazione era più complessa e diversificata, con l’utilizzo di una pluralità di soluzioni di area centroeuropea o frutto di studi e ricerche locali, che avevano ridotto la diffusione del brevetto Hennebique, seppur presente in tutte le prime realizzazioni milanesi e rappresentato a Milano dall’ing. Daniele Donghiv.

Anche Legnano non fu da meno, soprattutto grazie agli industriali locali che, in base alla tipologie di opere da realizzare, chiamarono differenti imprese specializzate che alternarono l’uso dei brevetti tra i più in uso all’epoca (Matrai, Hennebique, Baroni Lu?ling, Monier)vi per applicazioni ingegneristiche o edilizie, talvolta citate sulle pagine della pubblicistica specializzata dell’epoca.

Tra le maggiori imprese che realizzano i primi interventi a Legnano ha la Odorico & C. di Milanovii, specialista in béton e “molto favorevolmente nota per le costruzioni in cemento”viii: essa nel 1901 realizzò, per il Cotonificio Cantoni, “un grande serbatoio capace di fornire l’acqua pura necessaria per una giornata di lavoro, ed elevato di tanto quanto bastasse a dare l’acqua in pressione in tutto lo stabilimento. […] La costruzione presentava qualche difficoltà tanto più che mancava qualunque esempio, anche di minori proporzioni, su cui basare dei confronti”ix. La Ditta Odorico “immaginò e tradusse in atto la soluzione”x ed il bacino fu realizzato con “un reticolato Monier a maglia di 0,10x0,10 con tondini di 7 mm continuo su tutta la superficie del fondo e delle pareti”, incorporandovi un intonaco di cemento lisciato di 5 cm: “ai complicati e costosi sistemi inglesi e tedeschi ne venne preferito uno semplicissimo che diede già ottima prova in un ponte canale eseguito dalla ditta Odorico ad Onigo di Piave”xi.

Nello stesso anno la stessa Ditta realizzò anche due ponti “carreggiabili” in cemento armato su due derivazioni del Fiume Olona: l’uno sull’Olonella, “compreso fra il nuovo ponte in ferro da costruirsi dalla Società del tramway pel passaggio dè suoi treni ed il ponte pure in ferro che servirà per l’ingresso e regresso nello stabilimento del Cotonificio Cantoni”xii, ove fu “prescelto per vista d’economia il sistema del cemento armato; non dovendo questo sostenere pesi così gravi come quello per il tram, che devesi quindi costruirsi in ferro”xiii, a dimostrazione dell’ancora scarsa fiducia nella resistenza e delle potenzialità del sistema costruttivo; l’altro su una roggia molinara alla Gabinella, in sostituzione di un vecchio ponte ligneo, che si decise di realizzare in cemento armato invece che in “in cotto o in ferro, abbandonando totalmente l’idea di ricostruirlo in legno”xiv. Mentre il primo era “di forma trapezoidale a lati paralleli discosti, composto da n.6 travi maestre collegate da una soletta di spessore uniforme”xv, il secondo era ad arcata unica, costituito da una struttura molto semplice concepita come un tradizionale ponte ad arcata in muratura, su modello di alcuni realizzati dalla stessa ad Onigo di Piave e Comoxvi, la cui innovazione si fondava soprattutto sulla monoliticità e rigidezza del manufatto finito.

Il 1901 è anche l’anno in cui il c.a. entra nell’edilizia civile nel cantiere dell’Ospedale, progettato da Luigi Broggixvii, che in quegli stessi anni sperimentava a Milano la nuova tecnica nel Magazzino Contratti, considerato “il trionfo del cemento armato”. Questo cantiere fu uno dei più aggiornati ed avanzati dell’epoca, con un ambiente ben disposto alla diffusione delle novità tecnologiche, ove le Ditte costruttrici e fornitrici erano le maggiori sostenitrici economiche, potendo così sperimentare nuovi sistemi e farsi pubblicità. Tra queste l’ing. Donghi si occupò dei solai, in parte realizzati con sistema Hennebique, contrariamente al progetto inizialexviii.

Dopo questi esordi le realizzazioni che seguirono furono per lo più nel campo dell’edilizia industriale, dove l’uso del cemento armato trovò applicazione sia nelle
coperture o nelle solette o, talvolta, nell’intera ossatura, in quanto permetteva la copertura di grandi luci e l’utilizzo di grandi aperture, risolvendo nel contempo il problema degli incendi e delle vibrazioni dei macchinari. Tra i primi edifici che vedono l’utilizzo del béton, armato e non, si cita la ditta meccanica Franco Tosi, composta da numerosi fabbricati tra cui il “riparto preparazione terre e deposito”, costituito da solai con “impalcature a poutrelles e grandi volte di béton”xix, e il “riparto modellisti” costituito da una copertura “con voltine a crociera in béton non armato, sostenute da pilastrini di 0,40x0,40 pure in béton ma armati”, i cui tiranti erano anch’essi inglobati da uno strato di béton, per “realizzare un locale veramente incombustibile”xx ed assicurare grande stabilità al solaio superiore.

Negli stessi anni il Cotonificio Cantoni, su progetto dell’ing. Leopoldo Sconfietti che ne era alla guida, decise di modernizzare i propri edifici realizzando “due nuovi e distinti locali, uno destinato alla sbianca e bollitura, l’altro alla tintoria dei tessuti di cotone”xxi , l’uno con copertura più tradizionale in ferro e cotto a capriate, realizzato dalla Ditta Larini Nathan e C. di Milano, l’altra, “originale costruzione in cemento armato della Ditta H. Bollinger di Milano”xxii sistema Baroni-Lu?lingxxiii, a dimostrazione dell’utilizzo di ditte diverse in funzione della tipologia di costruzioni. Entrambi i fabbricati erano a soffitto doppio per impedire le dispersioni di calore, con una serie di efficaci sistemi di riscaldamento e ventilazione messi a punto dallo stesso Sconfietti. Successivamente il Cotonificio affiderà alla Ditta Bollinger altre realizzazioni con lo stesso brevettoxxiv.

>>> SEGUE IN ALLEGATO

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